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Betye Saar alla Fondazione Prada

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Betye Saar alla Fondazione Prada

Fondazione Prada di Milano presenta – dal 15 settembre 2016 al 8 gennaio 2017Uneasy Dancer, una mostra antologica dedicata a Betye Saar. Si tratta della prima esposizione in Italia dell’artista americana, che riunisce più di 80 opere tra installazioni, assemblage, collage e lavori scultorei creati tra il 1966 e il 2016.
“Uneasy Dancer” (danzatrice incerta) è l’espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro. Il suo processo artistico esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani. Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave come l’interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l’identità afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti.

Betye Saar alla Fondazione Prada
Record for Hattie, 1975

L’artista ha sempre creduto fortemente che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Attraverso il suo uso esperto di questi materiali, memorabilia personali ed immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo – da quelle più personali e misteriose a quelle universali – accostandole a riflessioni politiche.
Per maggiori informazioni sul mondo di Betye Saar, visitate il sito di Fondazione Prada.

Sock It to'Em, 2011
Sock It to’Em, 2011
Cristina Bigliatti
«Sono una persona profondamente superficiale» e «seguo sempre la cosa più facile, perché se è la più facile, allora è anche la migliore». Scrivo d’Arte contemporanea. Dici di non saperne nulla? «Non ti preoccupare, non c’è niente che riguarda l’arte che uno non possa capire». (Andy Warhol)

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