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De Chirico, il Grande Metafisico

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de chirico, il grande metafisico

Si è appena conclusa a Ferrara la grande rassegna dedicata al maestro Giorgio De Chirico. La mostra, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalla Staatsgalerie di Stoccarda, in collaborazione con l’Archivio dell’Arte Metafisica e curata da Paolo Baldacci e Gerd Roos, riporta nella città estense i capolavori metafisici che l’artista dipinse tra il 1915 e il 1918. L’esposizione si concentra su due concetti in particolare: l’amore del maestro nei confronti di Ferrara e la grande influenza che il pittore metafisico ebbe su autori a lui contemporanei del calibro di Carrà, De Pisis, Morandi, Magritte, Dalì ed Ernst.
Nell’estate del 1915 De Chirico e suo fratello Alberto Savinio vengono assegnati al 27° reggimento di fanteria di Ferrara. Qui Giorgio si lascia ispirare dalla bellezza della città, rendendole omaggio in alcuni dei suoi dipinti più famosi, come I progetti della fanciulla, Il grande metafisico, Le Muse inquietanti. Qui regnano sovrani il Castello Estense e le grandi piazze deserte, quest’ultime caratterizzate da una desolazione spazio-temporale straniante, in cui tutti gli elementi dipinti rimangono sospesi, bloccati in un’atmosfera irreale, magica, capace perfino di scindere la luce dall’ombra che proietta. Nella serie dedicata alle stanze segrete, De Chirico decontestualizza gli oggetti di uso comune e li rappresenta – ammassati e privati dei loro significati – all’interno di questi claustrofobici spazi, che lasciano la possibilità di respirare e di guardare oltre solo attraverso un’unica finestra che dà su un cielo livido. Il suo sguardo indaga la realtà che lo circonda e il suo genio lo carica di una follia che corre su di un sottile filo, in equilibrio tra il non-sense e tra l’eredità culturale delle antiche civiltà mediterranee. Un genio che possiamo definire nostrano e che ha portato a testa alta l’arte italiana all’estero (e il Rinascimento l’abbiamo concluso da secoli!).

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Scorci di architetture dal sapore emiliano, cromatismi intensi e dotati di un’identità inviolabile, agglomerati di scatole, di squadre, di biscotti, di carte geografiche, manichini che si trasformano in muse: questi sono i segni distintivi che caratterizzano l’arte di Giorgio De Chirico e che anticipano i grandi movimenti artistici internazionali del ‘900. Dadaismo, Surrealismo, Nuova oggettività, all’interno delle sue tele c’è questo e molto altro. Questa influenza è testimoniata all’interno della mostra da una serie importante di opere di Man Ray, Raoul Hausmann, George Grosz, René Magritte, Salvador Dalí e Max Ernst, che realizzarono straordinari capolavori ispirati ai temi e alle iconografie ferraresi del maestro.
La mostra presenta la più completa rassegna dei capolavori dipinti da de Chirico e Carrà nel 1917: per la prima volta, dopo quarantacinque anni, si sono potuti ammirare gli originali dei grandi manichini di Giorgio de Chirico del 1917-18, insieme alla serie quasi completa delle opere metafisiche di Carrà: Il gentiluomo briaco, Composizione TA, Penelope, Natura morta con la squadra, La camera incantata, Solitudine, Madre e figlio, Il dio ermafrodito, L’ovale delle apparizioni, Il cavaliere dello spirito occidentale, Il figlio del costruttore.
La grande affluenza alla mostra conferma e ricambia l’amore che la città prova ancora nei confronti di De Chirico, sentimento che questa splendida esposizione ha sicuramente contribuito a rafforzare.

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Cristina Bigliatti
«Sono una persona profondamente superficiale» e «seguo sempre la cosa più facile, perché se è la più facile, allora è anche la migliore». Scrivo d’Arte contemporanea. Dici di non saperne nulla? «Non ti preoccupare, non c’è niente che riguarda l’arte che uno non possa capire». (Andy Warhol)

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