Architecture

Intervista a Michael Mossessian

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Mossessian Architecture è uno studio internazionale con base a Londra. Fondato da Michael Mossessian nel 2005, si basa sul principio che l’architettura è qualcosa di più di produrre un oggetto o un edificio importante. E l’arte di creare luoghi che ispirino le persone a lavorare, vivere e giocare. Abbiamo incontrato Mr. Mossessian e gli abbiamo rivolto alcune domande.

Guardando i vostri work in progress siamo rimasti colpiti dal progetto che sorgerà a King’s Cross: ci può parlare brevemente di questi due edifici?

Si tratta di un concorso che abbiamo vinto. È un progetto situato presso King’s Cross, una zona di Londra in cui ultimamente  tutti vorrebbero andare a vivere. Il progetto include due edifici ad uso commerciale e la loro anima rispecchia totalmente il DNA di King’s Cross: ovvero quello di riunire e mettere in connessione le persone all’interno di diverse attività. Il progetto è caratterizzato da una massa – composta dai due edifici di pietra nera – e da un vuoto. Questi due building sono appunto collegati da un vuoto scultoreo che diventa una piazza pubblica, all’interno della quale i bambini potranno correre e divertirsi e dove gli adulti troveranno diverse attività commerciali. I vuoti sono i protagonisti anche delle facciate degli edifici: queste cavità incorniciano le finestre e collegano gli edifici all’ambiente esterno, evidenziando la connessione con lo spazio pubblico.

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Secondo lei, possiamo ancora considerare Londra come l’hub centrale dell’architettura europea?

Lo è davvero? Londra è l’hub delle persone. Il discorso è questo: hai una città che se la usi, la tieni così com’è; se non la utilizzi o se pensi che potrebbe avere un valore maggiore, la modifichi. Lo puoi fare. Questa è Londra: non c’è un modello, non c’è un masterplan, si basa solamente sul principio di come si possa rigenerare continuamente una città. È un organismo vivente. E dov’è che la gente preferisce vivere? Nei luoghi vivi. Quindi non si tratta di architettura, bensì di un fenomeno in cui gli edifici riescono a creare e a modificare il paesaggio.

Lavorate molto con il mondo arabo: com’è nata questa vicinanza?

In un momento storico in cui l’Europa – in particolar modo l’Irlanda – stava vivendo un periodo critico a livello economico e finanziario, mi è stato chiesto di inviare il mio portfolio a Doha per un masterplan. Con una lista di 50 studi, la selezione del concorso è durata ben 3 mesi. Una volta selezionato tra i 10 finalisti, mi sono recato a Doha per capire esattamente quali fossero le loro richieste. Sono tornato alla base e ho messo in atto il processo della Black Box: si tratta di un procedimento complesso che analizza i dati, li confronta ed elimina quelli che non combaciano tra loro, fino a generare una visione unica di quello che sarà il progetto. Si trattava di un progetto davvero interessante, l’ho vinto ed è da qui che ho cominciato.

Quanto influisce l’arte nel suo modo di progettare?

L’arte non ha niente a che fare con l’architettura. Ma scolpire un vuoto e creare dei collegamenti tra le persone, è qualcosa che ci si avvicina moltissimo. Per me arte significa creare dei collegamenti, dare un senso ad un coinvolgimento, è qualcosa che la gente riceve. L’arte è come una domanda: le domande ti mettono di fronte ad un’emozione, che può essere bella o spaventosa, ma si tratta sempre di qualcosa che ti provoca una sensazione.

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Cristina Bigliatti
«Sono una persona profondamente superficiale» e «seguo sempre la cosa più facile, perché se è la più facile, allora è anche la migliore». Scrivo d'Arte contemporanea. Dici di non saperne nulla? «Non ti preoccupare, non c'è niente che riguarda l'arte che uno non possa capire». (Andy Warhol)

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